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Cultura

Published on ottobre 9th, 2019 |   Auro Accurso

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“Storie di comunisti”

Esce il nuovo libro di Dario Stasi che ci racconta gli anni ’60 e ‘70.

 di Anna Di Gianantonio

 

Suscita emozioni il libro di Dario Stasi “Storie di comunisti. Gli anni Sessanta e Settanta nel PCI a Gorizia”.
Emozioni che vanno dal rimpianto alla rabbia, dalla nostalgia al senso di impotenza. Una storia – quella dei comunisti in città – che dovrebbe far riflettere ogni goriziano su un patrimonio umano, di cultura, di esperienza, di competenza che nel migliore dei casi è stato accolto con riserva, nel peggiore non è neppure stato preso in considerazione, in virtù del “fattore K” che è servito per tenere ai margini una parte importante della comunità goriziana. Si riflette davvero troppo poco sugli effetti della guerra fredda in città, in termini di perdita culturale secca, mancanza di conoscenza della lingua dei vicini, censure storiche, emarginazioni durature, provincialismi di ogni specie. E’ vero che dal recinto in cui tradizionalmente li si tendeva a rinchiudere, alcuni comunisti sono stati apprezzati e stimati anche in città, ma a quale prezzo? “El xe bravo, pecà che el xe comunista” è la frase che riassume tale atteggiamento e che segna il percorso politico e professionale di Nereo Battello, intellettuale, grande cultore di cinema, ma soprattutto grande professionista. Ricordiamo che senza Nereo Battello, Roberto Maniacco e Livio Bernot sei innocenti sarebbero stati condannati per la strage di Peteano del 1972 invece dei neo fascisti Vincenzo Vinciguerra, Carlo Cicuttini e Ivano Boccaccio.
Battello, Maniacco e Bernot hanno condotto una vera e propria indagine parallela – costosa e impegnativa, subendo minacce e intimidazioni – che ha coinvolto vertici dell’Arma dei carabinieri ed esponenti politici locali di estrema destra, ha svelato l’esistenza della struttura Gladio, dei depositi di armi NASCO, insomma di un pezzo importante della strategia della tensione che negli anni ’70 ostacolò la possibilità di cambiamenti progressivi della democrazia italiana. Eppure Peteano quanto fa parte della coscienza collettiva dei goriziani? Quale riconoscimento è stato attribuito agli avvocati?
Peteano ha segnato la vita cittadina e pure quella di Dario Stasi, svegliato in piena notte per una perquisizione fatta a casa sua il 30 maggio del 1972 per avvalorare l’ipotesi del colonnello dei carabinieri Dino Mingarelli, amico del generale golpista De Lorenzo, che voleva attribuire l’attentato, accaduto la sera successiva, all’estrema sinistra. Colpisce l’intervista a Franco Dugo, anche lui giunto al successo, che mette in evidenza il suo “disagio goriziano”, sottolineando di non aver mai dipinto nulla della città e di essersi limitato a rappresentare volti, paesaggi, colline circostanti, non le vie di Gorizia, città che evidentemente costituisce per lui una sorta di buco nero emotivo. Certo la decisione di iscriversi al PCI, la rottura con la famiglia, la vita in un contesto all’inizio poco accogliente per le sue scelte politiche, non gli hanno fatto sviluppare il senso di “gorizianità” che molti ritengono di provare. Insomma i comunisti goriziani sono particolari perchè nati in un contesto particolare. Alla fine tutti un po’ ribelli e un po’ sfortunati, come Italico Chiarion e Silvino Poletto che firmano un manifesto che condanna l’invasione dell’Ungheria e pagano entrambi un prezzo alla loro carriera nel partito.
Poi ci sono i vecchi partigiani come Vanni Padoan e Bepi Lorenzon. Nelle loro vicende tocchiamo con mano la lunga continuità della guerra fredda goriziana, che non finisce, come nel resto del mondo, nel 1989 ma continua fino ai giorni nostri. Padoan è stato recentemente accusato di aver eliminato centinaia di persone a Corno di Rosazzo in una foiba mai esistita, Bepi Lorenzon non ha ancora ottenuto giustizia per i suoi studi che indicavano gli oltre cento nomi impropri scritti sul Lapidario di Gorizia. Come accade spesso in città si è risposto con il silenzio e la finta indifferenza alle prove provate e il Lapidario è rimasto lì, con l’unica eccezione di Ugo Scarpin, il cui nome è stato scalpellato perchè vivo e vegeto, proprio per merito della ricerca di Dario Stasi. Con Gianna Pirella e Emilio Mulitsch Stasi racconta (anche con interviste impossibili) le figure più significative dei comunisti goriziani del decennio ’60 – ’70, attraverso una serie di interviste pubblicate su Isonzo Soca. Ma per concludere con il tema dell’emarginazione, Stasi ricorda i “compagni di base”, come si diceva un tempo, quelli che hanno patito di più il clima generale. Severino Sfiligoi si è visto negare la sua esperienza di cominformista in Jugoslavia, Stanko Maligoj, spesso messo da parte perchè critico sulla questione delle foibe e sul perenne senso di colpa dei comunisti goriziani di diverse generazioni per quei tragici fatti.
Da ricordare è Vilma Braini, reduce da Ravensbrüch e Bergen Belsen, invitata in tutta Italia, ma la cui terribile esperienza è stata poco valorizzata in città. Insomma i comunisti sono stati accettati se bravissimi, ignorati se persone normali, talvolta apertamente osteggiati e criminalizzati. Colpa dei cattivi di destra? Magari fosse tutta responsabilità loro, purtroppo le cause di una certa ininfluenza politica sono spesso interne al partito. Stasi racconta la sua estromissione dal PCI per essere stato critico e vicino alle posizioni che avrebbero portato all’espulsione del gruppo del Manifesto. Così in un colpo solo il PCI a livello locale e nazionale si liberava di teste pensanti che avrebbero potuto aiutare molto nell’elaborazione di una linea politica adeguata a quel decennio rivoluzionario. Invece il PCI a mio avviso ha capito poco di quanto stava accadendo nel mondo operaio, studentesco e femminile. Non ha compreso che le donne non potevano essere rinchiuse nelle commissioni femminili, sorta di enclave in cui si discuteva di assistenza, che i giovani ponevano esigenze profonde di cambiamento, che gli operai volevano autonomia e messa in discussione radicale delle logiche di sfruttamento nelle fabbriche. Dario Stasi parla della sua delusione per la sua cacciata dal partito: persa la comunità, perse anche il posto di lavoro, ma per quelli più giovani la sua dolorosa esperienza fu foriera di una crescita politica. Dopo aver guardato quelli più vecchi di noi parlare di cose interessanti al caffè Garibaldi, ma avendo timore di avvicinare gente più esperta e più colta, quando Dario fu espulso ed ebbe bisogno di ritrovare un gruppo, ecco che anch’io fui ammessa a casa sua, sopra l’attuale Kinemax e iniziai così il mio percorso politico che ci vide assieme anche nella vicenda monfalconese della rivista Rosso. Non ho mai rimpianto quella ed altre esperienze altamente formative, anche se alla metà degli anni ’80, io stessa mi avvicinai e fui attiva nel partito. Nonostante venissi dai gruppi, fui accolta con affetto, senza che mi fosse fatto pesare nulla di quello che avevo fatto. La conoscenza diretta dei compagni fu utile, erano veramente grandi persone, con storie importanti alle spalle. Anche se poi pure io, dopo la svolta della Bolognina non rimasi nel partito, conservo per loro un grande affetto. Oggi sono grata a Dario per questo libro che ci riporta all’importanza di quegli anni e gli sono grata anche del percorso fatto con Isonzo Soca, il giornale di frontiera che a Gorizia ha svolto un ruolo molto importante.
La rivista ha contribuito, pur con grandi difficoltà, a portare sulla scena la storia degli altri, non solo quella dei principi e degli Imperatori, ma quella di Basaglia, dei Tolminotti uccisi perchè non volevano pagare le tasse ai feudatari, ha messo in evidenza lo stravolgimento dei cognomi operati dal fascismo con provvedimenti talvolta esilaranti di italianizzazione forzata, ha parlato del fascismo e della sua violenza, della deportazione, degli intellettuali non nazionalisti, della cultura e della politica degli sloveni, dell’importanza del Novecento per il rilancio storico – turistico della città. Insomma ha cercato di creare dei ponti tra culture che erano divise ed ostili. Quando parla dei suoi giri in bicicletta e del suo voler andare in Slovenia e poi nei paesi dell’ex Jugoslavia, Stasi ci racconta del suo bisogno di trovare radici più estese, al di là di quelle di appartenenza. La sfida di essere stati comunisti ha significato per alcuni di noi rompere con la famiglia di origine, essere figli un po’ degeneri. Ne valeva la pena? A distanza di anni e dopo aver letto il libro di Dario Stasi la risposta è senz’altro sì. Quelle esperienze, quelle rotture, quelle persone e quei libri ci hanno fatto crescere, ci hanno aperto la mente, ci hanno dato argomenti di riflessione e di studio. Anche se della storia del partito non facciamo più parte o per volontà altrui o nostra, di sicuro abbiamo ereditato un po’ della tenacia e del coraggio dei nostri maggiori e abbiamo – anche se non ce lo dicono – portato avanti e radicato una visione differente della comunità goriziana, più inclusiva e con meno pregiudizi. Insomma ne valeva la pena.

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