Storia

Published on gennaio 9th, 2021 |   Luca Cadez

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La memoria dei gelsi, alberi di confine

di Sonia Kucler

Camminando senza mete per i campi – subito fuori la città – posso trovare tracce di memoria anche senza volerla incontrare. I vecchi viottoli campestri sono stati da tempo asfaltati ma rimangono stretti alla misura dei carri agricoli che un tempo passavano su queste strade. Non ci sono marciapiedi, l’asfalto incontra la terra battuta, argillosa e sassosa, ed è subito erba e  qualche albero, proprio sul limitare della carreggiata.

Gelsi. Nodosi, corrugati a dovere dagli anni, a volte aperti a mostrare il ventre cavo. Potati alla vecchia usanza che rende il tronco una specie di cilindro panciuto e corto da cui si dipartono i rami a cupola e raggiera. Memoria delle fabbriche della seta che anche qui usavano i bachi e il gelso come nutrimento. Ma anche memoria del suo utilizzo  come albero di confine delle proprietà rurali.

Consuetudine diffusa in tutta la penisola ed a livello planetario. A Gorizia il fenomeno del gelso di confine  è ancora ben visibile lungo le vie Brigata Etna, degli Scogli, dell’Angolo e delle Sassaie, ma non solo. Diversi gelsi seguono la traiettoria di alcuni cippi (3b, 3a) del pomerio di Gorizia cioè del confine urbano che verso nord distaccava Gorizia da Salcano (in latino il pomerium o pomoerium era il confine sacro e inviolabile della città di Roma). Lungo la via Brigata Etna ne rimangono tre, uno segna l’angolo con la via degli Scogli, semi-ribaltato e nascosto dall’erba.

Memorie di altri tempi. Oggi molti progetti si stanno realizzando in quest’area, principalmente l’interramento delle tubazioni per l’approvvigionamento dell’acqua d’uso agricolo e, in lento facendo, la sistemazione delle piste ciclabili per collegare la nuova passerella ciclabile sull’Isonzo alla città di Gorizia. Vorrei segnalare l’importanza di questi monumenti vegetali, centenari, a cui auguro ancora lunga vita e a cui sono grata per l’ombra e le more bianche e nere che offrono in estate. Sono ancora numerosi e non risultano nell’elenco degli alberi monumentali regionali ma ciò non significa che non possano entrarci proprio per la particolare funzione storica-sociale-economica che hanno svolto. La trascuratezza incombe ma i maggiori danni li fa l’ignoranza. Un esemplare è già stato scalzato per far posto ad un tombino che servirà a collegare i campi del radicchio goriziano all’acqua pompata dall’Isonzo sottostante. Qualche altro gelso sta passando a miglior vita grazie a mani ignare della sapiente missione che spinge il potatore d’alberi a rigenerare le fronde.

Memoria storica di un luogo non è solo dare valore e restaurare mura, castelli, case, piazze, tombe, quadri ma saper guardare ai segni vivi che popolano il territorio dei tuoi avi e conoscerne sia il valore in sé, in questo caso di pianta – vivente stupefacente che per pranzo e cena sa arrangiarsi da solo con luce aria vento e pioggia a costo zero – sia il valore storico, simbolico e funzionale. Risulta infatti, e ce ne parlano gli atti processuali anche odierni, che per venire a capo di una lite tra vicini per il ri-confinamento di un terreno si prendeva e si prende tuttora a testimone e prova decisiva proprio l’albero posto a confine della proprietà. Ovviamente la ridefinizione confinaria è per approssimazione di circa un metro.

Gli alberi crescono.


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