Ambiente

Published on Luglio 20th, 2021 |   Agostino Colla

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Il ritorno del gelso nel paesaggio rurale

di Sonia Kucler

Il tema del paesaggio e soprattutto della sua qualità è da anni ampiamente discusso e vagheggiato, ingrediente ghiotto per ogni sorta di marketing, ma le analisi 2020 del Raporto BES (Benessere Equo e Sostenibile in Italia) di ISTAT riscontrano che “mentre la qualità percepita dei luoghi di vita tende a peggiorare, sempre meno italiani considerano prioritario il problema del degrado del paesaggio”. Questo accade perché agire per difendere i paesaggi che amiamo è impegnativo e spesso ciò che sta dentro l’immagine osservata è molto complesso e difficile da cogliere. Nel paesaggio, infatti, si intrecciano i destini di animali, piante, acque, minerali, suoli, strutture edificate e spesso basta che un elemento si trasformi o venga a mancare perché l’immagine si frantumi e tutti gli attori ne perdono i vantaggi.  Molte volte, purtroppo, i capofila di questo disinteresse sono rappresentati dalle stesse strutture che governano il territorio sia a livello tecnico che politico. Un esempio eloquente della fragilità dei luoghi in cui viviamo sono i paesaggi rurali tradizionali, nicchie di terra coltivata in cui si conservano gli usi delle colture, dei suoli e delle tecniche che hanno dato forme variegate e peculiari al paesaggio italiano, anche nella nostra regione, aree  spesso marginali in cui il passato sopravvive grazie ad una serie di circostanze, a volte impreviste a volte intenzionali. 

E’ il caso di unazona di campagna, poco trasformata e ancora ricca di suggestione che si estende nella zona nord di Gorizia a ridosso del confine con la Slovenia, dove l’Isonzo esce dalle gole montane ed entra nell’alta pianura con sponde alte e ripide. La sponda sinistra è un terrazzo alluvionale di origine tardo-pleistocenica scavato nel tempo dalle acque torrentizie del fiume, dove si sono insediati in tempi diversi gli abitati di Salcano, Gorizia e Nova Gorica così da formare una densa conurbazione che si insinua fin sotto i colli che punteggiano la piana. Sopra troneggiano le alture del Sabotino, del Monte Santo e del San Gabriele, più in su la Bainsizza. A chiudere verso ovest quest’angolo rurale ed a potenziarne il valore si sviluppa un’estesa fascia boscata lungo la riva dell’Isonzo, un corridoio ecologico soggetto a tutela dove l’aspetto saliente della vegetazione fluviale è il bosco di forra, un ambiente ricco di specie vegetali (una ventina di autoctone, tra salici, ontani, pioppi, querce, tigli, olmi, carpini e frassini) e animali (tra cui volpi, caprioli, tassi, cinghiali)  dove si celano suggestivi habitat, come sorgenti temporanee, rupi con ciclamini e capelvenere.

L’area rurale, che chiamerò “Levada/Salcano” (nella toponomastica la parte a sud è indicata con la voce  Levada/Na Livadi, quella verso nord come Campi di Salcano/Solkansko polje), sta incastrata tra il costruito e l’Isonzo, con terreni ghiaiosi adatti ad orticoltura e viticoltura, sopravvivenza di un diffuso sistema agrario a coltura promiscua che risentiva dell’influsso del mondo agricolo friulano a lei prossimo, in cui dominavano i seminativi e i cereali, gli orti di verze, rape e radicchi, i frutteti, i gelsi, la vite. Suddivisa in campi chiusi bordati da siepi, boschetti e da filari di vigna o di gelso, che segnavano anche la viabilità campestre ed i confini di proprietà, aveva nelle colture degli alberi da frutto (ciliegi, susini, pesche, albicocche) e nelle varietà di orticole i suoi punti di forza.  E’ una periferia storicamente a prevalenza di lingua e usanze slovene.  A seguito della definizione dei confini tra Italia e Yugoslavia successiva alla fine della seconda guerra mondiale, divenne l’angolo più a nord della città di Gorizia, isolato in un cul-de-sac poco attrattivo per gli appetiti urbanistici della città in espansione negli anni ‘60 /‘80 del XX secolo e,  nonostante la costruzione di un’area artigianale a ridosso del confine, sfuggito fortunosamente ad ulteriori consumi di suolo. Per queste concomitanze politico-urbanistiche l’area mantiene  tuttora la sua connotazione agricola, è poco abitata, con diffusi vigneti e oliveti, orti di pregio dove viene prodotta la remunerativa “rosa di Gorizia/radicchio Canarin”, campi a cereali, incolti, alcuni prati stabili, mentre i frutteti e le siepi boscate si sono drasticamente ridotti come pure la presenza dei gelsi, caratteristici simboli del paesaggio agrario anche in questa contrada dal passato austro-ungarico.  Attualmente se ne contano circa un centinaio sia lungo le arterie comunali e le stradine interpoderali che attraversano l’area sia ai bordi dei campi, esemplari secolari o plurisecolari viste le ragguardevoli dimensioni dei tronchi. Quasi tutti allevati a “capitozzo”, simili a colonne, con la corteccia contorta e segnata dal tempo e dalle avversità rivelano d’inverno, quando l’assenza del fogliame mette a nudo l’ossatura delle piante, le loro strane architetture. I gelsi secolari, della varietà  morus alba, sono uno dei tratti ricorrenti del paesaggio agrario del Nord Italia e non solo, “strutturanti” il territorio per la forma, la quantità, la dislocazione. Un’impronta che non è solo materiale ma s’incrocia con la storia, l’economia e la cultura dei luoghi visto che il gelso deve la persistenza nel paesaggio soprattutto alla sua longevità, si è adattato benissimo al nostro clima e contrariamente ad altri fruttiferi ha dimostrato una capacità non comune di tollerare l’invadenza delle cure umane.

Oggi ci ritroviamo un capitale in suolo coltivato e non coltivato che sta  incastonato come un’isola felice tra l’Isonzo e gli abitati italiani e sloveni. Una piacevole geometria di colori che nelle diverse stagioni attira lo sguardo di chi si gode il panorama dalle pendici del Sabotino. Da lassù si capisce cos’è il suolo come paesaggio e cosa significa lasciare che un’area rurale si conservi, salvaguardata dal cemento e dall’agricoltura intensiva.

 Anche per questo tipo di paesaggi esistono strumenti di tutela e valorizzazione. Il Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali  nel 2012 ha istituito l’Osservatorio Nazionale del Paesaggio Rurale, delle pratiche agricole e conoscenze tradizionali (ONPR) con l’intento di tutelare e valorizzare il paesaggio rurale come previsto dalla politica agricola comune e dallo Sviluppo Rurale. L’Osservatorio “identifica e cataloga in un apposito Registro i paesaggi rurali tradizionali o di interesse storico, le pratiche e le conoscenze tradizionali presenti sul territorio nazionale, definendo la loro significatività, integrità e vulnerabilità, tenendo conto sia di valutazioni scientifiche, sia dei valori che sono loro attribuiti dalle comunità, dai soggetti e dalle popolazioni interessate”. In regione ci sono quattro siti classificati come “paesaggio rurale tradizionale”, tra cui Le Alture di Polazzo. Inoltre l’ONPR può selezionare le eventuali candidature per l’iscrizione nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO.

Un altro strumento di salvaguardia è l’Elenco degli alberi monumentali d’Italia – Legge n. 10/2013 e Decreto 23 ottobre 2014 – promosso dal MIPAAFT a livello nazionale. Ricordo che a Gorizia esistono solo due esemplari secolari di gelso che si fregiano di questo titolo. I gelsi della Levada/Salcano potrebbero rientrare nell’elenco degli alberi monumentali viste le loro ragguardevoli dimensioni.

Esiste poi uno strumento generale e di grande respiro approvato nel 2018: il Piano Paesaggistico Regionale. Ma in base a quali motivazioni sarebbe utile conservare e valorizzare i gelsi e le altre forme del paesaggio rurale tradizionale in questo angolo goriziano?  Innanzitutto perché Gorizia è stata in passato una “piccola capitale” della bachicoltura e sulla presenza a livello economico e paesaggistico del gelso e sul suo forte legame con il nostro territorio ci sono ampie prove documentarie che attestano come l’allevamento dei bachi e la gelsicoltura, entrati in Friuli tra il ‘400 ed il ‘500  e divenuti di una qualche consistenza nel corso del ‘600, ebbero un’impennata verso la seconda metà del XVIII secolo con l’impianto nel distretto di Gorizia di 50000 alberi “mori” e di altri 60000 sul margine delle strade da Gorizia ad Aquileia. Questo settore agricolo-industriale, pur tra alti e bassi, riprese vigore verso il 1830 testimoniato anche da consistenti impianti sia nell’alta valle dell’Isonzo (Canale) sia nel vicino Collio di modo che a metà ‘800 Gorizia poteva contare oltre 2000 operai con diversi filatoi e nel 1869 venne aperto in città il primo I. R. Istituto Bacologico Sperimentale per ricerche e studi sulla sericoltura.        

Secondariamente la Levada/Salcano è a oggi l’unica area rimasta a testimoniare, in modo omogeneo e continuativo, il passato rurale goriziano dopo che altre zone della città, con un’analoga storia contadina alle spalle, si sono progressivamente urbanizzate e industrializzate. Va aggiunto che è un luogo a cui la città è particolarmente legata, e non da oggi, e la frequentazione quotidiana di podisti, ciclisti, famiglie lo testimonia ampiamente, un “luogo del cuore” – come recita il nuovo lessico – che pone in evidenza la ricerca collettiva del buon paesaggio e il bisogno di usufruirne. Recentemente si è aggiunto un altro elemento a suo favore:  l’area è stata inserita nel censimento delle varietà locali di gelso esistenti in Regione realizzato all’interno del progetto Silk che sta operando per la rivalutazione del gelso e della bachicoltura nel Friuli Venezia Giulia. Al censimento geolocalizzato, svolto dall’Università di  Udine e dalla Cooperativa Thiel in collaborazione con il CREA di Padova, è seguito il prelievo di materiali vegetali per la propagazione agamica che consentirà di produrre esemplari uguali alla pianta madre da destinare alle aziende agricole collegate al progetto con il fine di nutrire futuri allevamenti di bachi da seta. E’ ancora presto per capire quali ricadute potrà avere questo censimento per Gorizia, iniziativa poco nota e forse non ancora entrata nelle valutazioni di chi governa il territorio. Va aggiunto, a questo punto, il ruolo dei coltivatori e dei proprietari nelle dinamiche agricole e paesaggistiche della Levada/Salcano  perchè se il paesaggio si è in qualche modo conservato lo si deve proprio a quelli tra loro che hanno continuato a curare e a rispettare nel tempo sia i gelsi sia le altre forme rurali tradizionali. Nel contempo le trasformazioni del territorio avanzano per diversi fattori evolutivi e necessari: innovazioni e migliorie delle produzioni agricole, il nuovo impianto per l’irrigazione goccia a goccia appena terminato da parte del Consorzio di Bonifica della Venezia Giulia, le cui condotte avevano inizialmente messo a repentaglio alcuni esemplari di gelsi lungo le arterie interessate dagli scavi ed innescato un rinnovato interesse per il valore storico delle piante, infine la costruzione della passerella ciclabile sull’Isonzo e le previste piste ciclabili che attraverseranno tutta l’area rurale promossa dal GECT per il rilancio turistico del territorio transfrontaliero. Mantenere e valorizzare questo sito parrebbe perciò lungimirante segnale di attenzione non solo per il turismo ma in particolare per il valore storico e culturale che esso riveste: le comunità italiana e slovena che qui convivono lavorando la terra da lungo tempo hanno creato delle consuetudini sociali, degli usi del suolo che andrebbero rivalutati come la coltura promiscua o biodiversità coltivata che dir si voglia. Basterebbe seguire l’esperienza fatta con successo dai coltivatori locali per il rilancio del radicchio Rosa di Gorizia divenuto presidio Slow Food, una delle eccellenze culinarie più apprezzate del Friuli-Venezia Giulia.

E’ utile a questo punto capire di quali valori economici, oltre a quelli storici e culturali, è portatore oggi il gelso. Dai rapporti sull’economia mondiale emerge già da alcuni anni che in Cina, leader mondiale nella produzione serica, l’inquinamento sta provocando un sensibile calo produttivo di quantità e di qualità, favorendo perciò la seta prodotta in filiere corte e biologiche come quella italiana, con aumento di interesse per filande, orafi (che abbinano l’oro a sete preziose) e settore della cosmesi. Anche nella nostra regione ci sono segni di ripresa: sotto la guida di Serinnovation, una realtà produttiva veneta, è partito il primo Gruppo Operativo in Italia sulla gelsibachicoltura con esperienze in diverse regioni, tra cui la nostra con il collegato progetto SILK. Pure l’ERSA  ha lanciato un progetto pilota a livello regionale per il recupero della bachicoltura e in seconda battuta della gelsicoltura con CREA  e Istituti agrari.

Va ricordato, inoltre, il nuovo interesse per questa pianta “dimenticata” che negli ultimi anni è diventata oggetto di studi scientifici, soprattutto in Asia e Centro America, per le sue qualità multifunzionali legate non solo alla bachicoltura ma anche ai diversi servizi ecologici ed all’elevato valore paesaggistico che essa offre tenuto soprattutto conto delle nuove tendenze economico-agronomiche, sia mondiali (FAO 2000) sia europee (PAC), che stanno, seppur lentamente, dirigendo l’attenzione dall’agricoltura produttivistica (leggi “rivoluzione verde” della seconda metà del ‘900) all’agricoltura multifunzionale, dove l’incremento del valore aziendale non è più determinato solo dalla funzione primaria di produrre cibo e fibre ma anche da attività definite secondarie, cioè con funzione ambientale (salvaguardare la qualità dell’ambiente, conservare il paesaggio, valorizzare le risorse naturali quindi la biodiversità) e sociale (mantenere le tradizioni, offrire servizi ricreativi e didattici) con lo scopo di accrescere produttività, occupazione e reddito in agricoltura. I gelsi in aggiunta ad altre essenze per rinaturalizzare  le fasce perimetrali dei campi, migliorando così l’ecosistema e il paesaggio rurale? Allevamento del gelso per le sue svariate qualità e applicazioni nella biotecnologia, come superfood antiossidante e alimento proteico per animali domestici?

Pianta versatile, il gelso, da non sottovalutare in futuro.


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