Cultura

Published on Agosto 28th, 2021 |   Agostino Colla

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Isonzo Soča e Gorizia: riflessioni agostane

di Anna Di Gianantonio

Ultimamente diverse associazioni o gruppi politici fanno delle passeggiate per scoprire i luoghi meno conosciuti di Gorizia. Se ci pensiamo è davvero straordinario che una città piccola come la nostra riesca a far ancora stupire lo stesso goriziano che dice di non aver saputo che a Štandrež c’era quella scalinata o quella fontana o che a Podgora non aveva visto la lapide a Bratuž sulla strada principale.

COME IN UN QUADRO DI ESCHER è il titolo di un articolo di Anna Di Gianantonio sull’identità di Gorizia sul n. 15 di Isonzo Soca del 1994 illustrato in copertina da Claudio De Santis

Chissà cosa succederebbe se invece dei quartieri parlassimo più a fondo della storia di Gorizia e lo facessimo da un altro punto di vista. Non solo da quello che rivendica la italianità della città nei secoli, non dal punto di vista delle classi dirigenti che si sono succedute cambiando poco a dire la verità nei decenni, non dal punto di vista di chi ha considerato Gorizia città martire delle guerre, a difesa dell’italianità, ma la vedessimo dal punto di vista dei contadini, dei lavoratori, dei piccoli commercianti, delle donne, di chi non si sentiva né carne né pesce, un po’ italiano, un po’ sloveno, un po’ tedesco, un po’ friulano,  di chi insomma ha vissuto il confine prima come una ferita profonda delle sue relazioni personali e poi come qualcosa di misterioso e affascinante da attraversare con curiosità e non solo come una rigida cortina di ferro che divideva due modi che non comunicavano.

Certo la guerra fredda fu anche questo: separazione tra due sistemi politici e due ideologie, ma il nostro fu anche un confine che si cercò di attraversare sempre in mille rocamboleschi modi per lavorare come domestiche in città, per vedere qualcuno o per comparare qualcosa, come Isonzo Soča ci ha raccontato.

Isonzo Soča, inizia il suo cammino nel 1989, grazie all’aiuto concreto di moltissimi collaboratori, che hanno scritto, fotografato, disegnato, fatto le copertine urticanti che molti ricordano, si sono occupate di storia, cinema, arte, architettura, letteratura, politica, musica, ambiente, ferrovie, da un punto di vista differente.

E’ una rivista bilingue, un’avventura editoriale che si è affermata anche grazie all’editrice Transmedia diretta da Boris Peric.

Ciò che ha contraddistinto negli anni Isonzo Soča è stata la curiosità di conoscere l’altra storia di Gorizia, la storia che non è mai stata raccontata sui libri, la storia di una città che per anni non ha mai voluto riconoscere la pluralità delle sue identità e delle sue radici e per affermarne una e solo una si è persa le altre., rimanendone traumatizzata.

E questo perché il secolo breve, come alcuni storici hanno chiamato il 900 e che noi invece abbiamo nominato secolo lungo, perché a lungo sono durate le censure e le letture ideologiche del passato, è stato il secolo delle rivoluzioni, delle guerre, degli esodi di massa, e dei nazionalismi che hanno condizionato la città, la soglia di Gorizia della fine della guerra, almeno per altri vent’ anni dopo la fine della guerra stessa.

Il grandissimo numero dei collaboratori della rivista sono il segno di una pluralità anche politica e culturale, delle mille anime dei democratici che hanno cercato di studiare Gorizia anche dal loro punto di vista.

E’ stato, quello di Isonzo Soča, un percorso affascinante che ha portato senz’ombra di dubbio a essere oggi capitale della cultura con Nova Gorica, ma ha permesso anche di far conoscere la città fuori dai confini dell’Isonzo, portando la mostra sul lungo Novecento a Roma, al Senato della Repubblica, occasione in cui la nostra storia che tanto appassiona il resto di Italia è stata vista e commentata.

Sono stati tantissimi gli argomenti affrontati che hanno spaziato dalla storia dei Tolminotti, i contadini rivoltosi, torturati e poi giustiziati nel 1714 nel Traunik davanti alla prefettura, per essersi rifiutati di pagare le tasse e a cui abbiamo dedicato una lapide, che allora venne contestata perché ricordare rivoltosi sloveni e contadini non era politicamente corretto per la destra cittadina, alla vicenda di Ugo Scarpin, col suo nome inciso sul lapidario del Parco della Rimembranza come vittima delle foibe ma vivo e vegeto così da costringere il sindaco di allora a cancellare il suo nome dal monumento, alla storia delle aleksandrinke, le balie che vanno in Egitto dalla valle del Vipacco e lì non solo mantengono la famiglia in Jugoslavia ma si creano spesso un’altra vita, ai cognomi italianizzati dal fascismo con risultati esilaranti, ai nomi di battesimo che non si potevano dare in sloveno sino ai primi anni 60 per cui Goradz diventava Gerardo e Darko, Diodato, all’esperienza basagliana, ai campi di concentramento all’indomani dell’invasione della Jugoslavia dietro casa, come Sdraussina, Fossalon o lo stesso Cotonificio, e le mille proposte, come lo studio dello sloveno a scuola, la battaglia per unire le due città e per conoscere la cultura slovena, per abbattere i confini.

Abbiamo avuto molta tenacia e pazienza per collocare i tabelloni sulla storia di Gorizia ai Giardini pubblici e in piazza Vittoria. Subito imbrattati dai soliti nostalgici del passato e oggi finalmente rimessi a nuovo.  Ma oggi vediamo che il clima è cambiato, che si fanno feste come quella recente a ricordo della Domenica delle scope, che la Transalpina è un luogo di passaggio e nessuno vuole più i muri che se si rimettono, si abbattono subito. Dunque, se ancora tanto c’è da fare possiamo guardare con fiducia al futuro.

Io credo che qualcuno dovrebbe scrivere un libro o una tesi di laurea sul periodico Isonzo Soča diretto da Dario Stasi perché secondo me ne uscirebbe una pubblicazione molto rappresentativa di cosa è ed è stata Gorizia.


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