Cultura

Published on Novembre 1st, 2023 |   Agostino Colla

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I Cetnici a Capriva (1945)

Sandro Corazza

Partiti gli ultimi militari tedeschi, in paese compaiono, guardinghe e circospette, alcune pattuglie di partigiani che operavano nel Collio sloveno. ‘Presero contatto con il locale C.L.N, guidato nella clandestinità da Eugenio Avian. I ciellenisti stavano organizzandosi per assicurare alla popolazione, oltre alla sicurezza fisica, il funzionamento dei servizi in forma democratica’.(Michele Grion).

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Intanto, sulla ex-statale 56, transitavano i mezzi militari degli angloamericani in direzione di Gorizia. Qualche autoblindo e jeep di neozelandesi di passaggio si era fatta vedere anche per il paese, quasi a dare un’occhiata al territorio. Nei suoi ricordi di adolescente Sergio Altieri nel suo prezioso libriccino ‘1940-1945 i giorni della guerra’ scrive: “Dalla sera alla mattina non c’era più un tedesco in paese.

Mentre alcune pattuglie partigiane requisivano quanto era stato abbandonato dai militari, tornò un autocarro con alcuni soldati che arrivò rapidamente all’Istituto “Cerruti” e se ne andò in fretta come era venuto. Per un giorno tutti pensarono che la guerra fosse davvero finita e anche i caprivesi poterono recuperare qualcosa dai luoghi che erano stati occupati. Ma, lasciati dai tedeschi alla retroguardia, arrivarono i cetnici serbi del generale Nedic.”

Nell’immaginario di tanti caprivesi che hanno vissuto gli ultimi giorni della II guerra, resta molto impressa l’occupazione, seppur di pochi giorni, dei Cetnici del paese. In paese i caprivesi si erano abituati, fin qualche giorno prima, alla presenza bonaria dei tedeschi che avevano fraternizzato con la popolazione. Erano soldati stanchi della guerra, già in là con gli anni, preoccupati dei loro paesi d’origine e dei loro famigliari, la maggior parte provenienti dal Tirolo e desiderosi di tornare a casa.

I Cetnici, al contrario, erano stati preceduti dalla triste fama di indiscriminata crudeltà e di violenza. Entrarono a Capriva – si erano già acquartierati a Mossa e a San Lorenzo- all’imbrunire del 29 aprile del 1945.

Così leggiamo nel ‘Diario delle MM. Orsoline’ : “30 aprile 1945. Dopo la Santa Messa si presentano in Convento di Capriva Cetniki – Serbi e Montenegrini. Sono gentili. Però stanotte tre di loro hanno sforzato il portone di entrata e sono saliti su per le scale fino alla cella di Madre Lutgarda. Questa li ha accompagnati con suor Germana all’Asilo fuori di clausura.” (dal Diario delle MM. Orsoline reg. 161).

Il loro nome ha origini antiche, addirittura ripreso dalle bande (ceta) formatesi nei Balcani per combattere i dominatori turchi. Formazioni nazionaliste durante la II guerra, sudditi devoti di re Pietro II, scappato a Londra, combattevano le unità partigiane collaborando con i nazisti. Portavano una bandiera nera, sullo sfondo un teschio sormontato dalla dicitura ‘per il Re e la Patria, libertà o morte’.

Sono per lo più contadini prestati alla guerra e al pari dei cosacchi si muovono con tutte le loro famiglie. Vengono ricordati, da chi ha vissuto quei momenti, con terrore non solo per la foggia, capelli e barbe incolti, il tradizionale copricapo con coccarda cetnica, ma per le atrocità commesse, i soprusi, le prepotenze, le ruberie e le violenze. Dal loro nazionalismo esasperato, reso ancor più inconsulto dalla rabbia di essere

al limite della resistenza, caddero diverse vittime. Sono in fuga, si sentono braccati, i tedeschi, loro alleati, li abbandonano al loro destino e quindi cercano di raggiungere quanto prima le truppe inglesi in quel di Palmanova e darsi prigionieri per scampare ai partigiani jugoslavi.

I soldati serbi di re Pietro prima di andare incontro agli inglesi lasciano dietro di sé una scia di sangue e di morte. Ne va di mezzo tutta la popolazione, dai semplici civili, alle giovani donne, fino ai carabinieri e ai partigiani combattenti.

Riprendiamo ancora dal ‘Diario delle MM. Orsoline: “I serbi cetniki sono in vivo contrasto coi comunisti, partigiani di Tito. Hanno ucciso nel nostro parco presso la collina due uomini friulani, credendo che appartenessero ai partigiani. Perciò hanno fatto stragi fra la popolazione friulana, che è in gran parte con i partigiani. Al Monastero non hanno fatto danni rilevanti, né i partigiani e neanche i Serbi.”

(dal Diario delle MM. Orsoline reg. 161) Della loro presenza a Capriva ne scrive in modo dettagliato e documentato Adelchi Tirel che al tempo aveva 25 anni, nel volume di memorie “Su la strade dal fossal”. Racconta che il paese è abbandonato repentinamente dai tedeschi e dopo qualche sortita dei partigiani arrivano, un pomeriggio degli ultimi giorni di aprile, i soldati serbi a migliaia. Li descrive come degli zingari per le divise di ogni foggia, le lunghe barbe e le capigliature fino alle spalle. Armati con tanti fucili e mitragliatrici. Avevano risalito la Jugoslavia seguendo i militari

tedeschi, incalzati dai partigiani. Arrivano con tutti i loro carriaggi trainati da cavalli, buoi, muli, carri ricolmi di un po’ di tutto quello che avevano potuto depredare nei villaggi. Si portano dietro i loro “pope”, le famiglie, i figli, con carri ricolmi di masserizie e del frutto delle loro ruberie. Andavano alla ricerca di cibo e di biciclette. La popolazione caprivese nella maggior parte tenta di rifugiarsi sulle colline, si nasconde nei campi e nei boschi e persino nel bunker del castello di Spessa appena abbandonato dagli ufficiali nazisti. Si cerca di salvare il bestiame portandolo fuori dell’abitato. Si raccontano ancora episodi di violenze e soprusi. Un padre che aveva cercato di frapporsi tra alcuni cetnici che molestavano la figlia si prese una baionettata sulla coscia. Entrano nelle case, e nessuno osa opporsi, portano via quello che gli serve: dai viveri alle biciclette. Ricordano i più anziani, allora ragazzini, che spesso all’ora di cena con la polenta appena rovesciata sul tagliere entravano con prepotenza nelle cucine e portavano via quel poco da mangiare che c’era.

Con loro ci sono persone di ogni ceto sociale, dal medico, agli ufficiali, ai loro sacerdoti, alla povera gente. Pare che si muova un intero popolo alla disperata ricerca di una terra promessa. Proprio un loro medico aveva curato una ragazza vittima di violenza, aveva estratto un dente dolorante ad un ragazzino.

La situazione si mostra più grave per le uccisioni e le esecuzioni in quel di Mossa dove carabinieri e partigiani dal giorno 28 aprile fino al 2 maggio cercano di contrastarli. Perdono la vita una ventina di persone tra civili, carabinieri, partigiani e soldati cetnici. Questi ultimi mostrano tutta la loro efferatezza trucidando Emilio Bevilacqua (n. 1899) di Mossa e Isidoro Bregant di Corona, entrambi civili, il 29 aprile del 1945 all’interno del convento delle MM. Orsoline. Così come Marino Medeot, anche lui civile, di San Lorenzo di Mossa (1910), ucciso il 30 aprile del 1945. La salma fu rinvenuta, giorni dopo, in località “Tre Morars”. Assieme ai civili perdono la vita in modo barbaro a Russiz di Sopra due carabinieri che si erano uniti ai partigiani. I loro nomi: Paolo Poggi di Tortona e Carmelo Gogliardo di Ali Marina-Messina, assassinati il 2 maggio del 1945. Quest’ultimo è sepolto nel cimitero di Capriva.

La triste scia dei morti continua con Egidio Bin, civile (di Breda di Piave n. 1891), Carlo Braidot (n. 1922) e Pietro Marcosig (n. 1924) partigiani di Mossa, Nobile Marega, civile di Mossa (n. 1909) e ancora Antonio Mistretta, Maresciallo dell’Aeronautica di Comitini-Agrigento (1907). In combattimento contro i partigiani, sempre a Mossa, cadono due soldati jugoslavi ignoti, uno definito negli elenchi parrocchiali “domobranzi” e l’ altro “cetnico”.

Il Parroco di Moraro di quei giorni don Teobaldo Modotti, nell’elenco delle persone civili e militari sepolte nel cimitero e decedute per cause di guerra, annota: “Durante la guerra 1939 – 45 e precisamente nel maggio del 1945 furono di stanza per breve tempo le truppe serbo-croate

di religione scismatica. Inumarono nel Cimitero di Moraro due soldati uccisi e le salme furono benedette dai loro ‘ popi’secondo il loro rito greco-ortodosso scismatico. Esse giacciono nell’angolo in fondo a sinistra….”. Vengono riportati i nomi dei due militari: Lalic Mladen e Vjucovi Giorge(?) (quest’ultimo nome translitterato dalla grafia della lingua serba), ‘deceduti tra il 28 e il 30 aprile in battaglia o lotta di macchia’ come riportato dal parroco.

Riprendiamo dal diario delle Madri Orsoline: “1° maggio 1945. Altre truppe serbe. Il comandante della Compagnia, che poche ore prima aveva pranzato in Convento con i suoi uomini, ed era uscito per uno scontro con i partigiani comunisti è ricondotto cadavere. Lo si espone in parlatorio. Il 2 maggio il funerale del comandante, con il loro rito greco. La funzione era pia e solenne, i militari rigidi e disciplinati. Il comandante aveva 21 anni, era molto rimpianto. Dicono che era molto buono. Il suo vecchio padre e anche molti soldati piangevano assai. A notte entrano i primi Alleati”.

Ci sono poi i carabinieri caduti in combattimento contro i Cetnici, scontro avvenuto tra il 28 aprile e il 2 maggio del 1945 nei pressi di Vipulzano.

“Per ordine del C.L.N. di Gorizia, i carabinieri di Gorizia, inquadrati in una compagnia comandata dal Ten. Alpo Tonarelli, si ritirano in località Vipulzano ove la sera del giorno successivo, vennero attaccati da truppe serbe, ausiliarie dei tedeschi.”

Questo l’elenco dei caduti nello scontro: Antonio Avallieri (Ariano Irpino-Avellino), Albino Dinale, Giovanni Magni (di Rosina-Padova), Clemente Pavan (di Povegliano Veronese), Giuseppe Pochetti (di Quinzano d’Oglio), Ilarione Scarafino, Francesco Urso. Deceduti anche quattro carabinieri non identificati.

C’è poi il caso di Ferruccio Braidot di Mossa (1924) guardia nazionale repubblicana (R.S.I.). In un documento la sua morte viene registrata il 30 aprile del 1945, in un altro redatto a mano ( probabilmente dal Parroco di Mossa ) il decesso, invece, viene annotato il 14 maggio 1945 avvenuto in località Preval.

Il buon senso dei componenti del C.L.N. consigliò di non opporre resistenza all’entrata in paese dei cetnici, al contrario di come qualcuno aveva proposto, evitando così per gli abitanti una sicura carneficina.

Prima di abbandonare il villaggio vergano, in inglese, su alcuni muri delle case slogan inneggianti al loro re, agli angloamericani, alla patria ormai lasciata per sempre. Confidava un loro ufficiale al signor Ottavio Altieri, interprete ufficiale nei rapporti con i tedeschi, che nessuno li vuole e nessuno di loro potrà mai tornare ai loro villaggi, alla loro terra. Si radunano in piazza Vittoria sotto gli occhi dei caprivesi accorsi, con la loro bandiera sormontato da un ramo d’alloro e la presenza di alcuni soldati inglesi.

Dal diario delle MM. Orsoline:”A notte (del 1° maggio) entrano i primi Alleati. I soldati serbi prendono i loro armi al canto degli inni nazionali serbi sulla via che conduce a Gorizia.”

“L’occupazione serba si protrae fino al 3 maggio, quando, in seguito all’accordo siglato a Mossa tra il generale Miograd Damianovic ed il capo dell’Intelligence Office della II Divisione neozelandese Geoffrey Cox i cetnici vengono incolonnati e scortati in direzione di Palmanova”. (L.Patat )

Nella ritirata i cetnici costringono alcuni caprivesi con i carri agricoli ad unirsi a loro fino ad incontrare le avanguardie alleate.

Immaginiamo la paura dei poveri contadini e l’ansia dei famigliari. Fortunatamente i nostri compaesani poterono ritornare a casa una volta raggiunto il Judrio.

Con la partenza dei serbi arrivano le prime camionette neozelandesi, dell’ 8° Armata Britannica, accolte con festosa curiosità dai caprivesi.

Finisce, anche da noi, la guerra.

Testi consultati:

Adelchi Tirel : ‘ Su la strade dal fossal’Cassa Rurale ed Artigiana di Lucinico Farra Capriva 1993

Archivio storico del Comune di Capriva del Friuli

Diario delle MM. Orsoline di Capriva (reg. 161)

Luciano Patat: ‘Una città in guerra- Cormòns 1940/1945-’ Ed.Centro Leopoldo Gasperini

Luciano Spangher :’Gorizia 1943-1944-1945 Seiceno giorni di occupazione germanica e quarantatrè jugoslava’ Ed.“Friul C.”1995

Michele Grion :’Gruppo folcloristico caprivese, 50 anni della fondazione’Poligrafica San Marco – Cormòns

Registro Parrocchiale di Capriva redatto da Mons. Giuseppe Viola, parroco

Registro Parrocchiale di Moraro redatto da don Teobaldo Modotti, parroco

Sergio Altieri: ‘1940-1945 i giorni della guerra’

Ringrazio per le preziose testimonianze orali i signori Tarcisio Marangon (n. 1928), Antonio (Nino) Marangon (n. 1930), Sergio Altieri (n. 1930). Per il materiale fotografico la collezione privata ‘Ezio Capello’ gentilmente messa a disposizione dalla figlia Sabina Capello.


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