Editoriale

Published on maggio 11th, 2021 |   Luca Cadez

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Gli infortuni sul lavoro: eppur si muore

Donald Lam

Cinque morti per infortuni sul lavoro in sette giorni, e il Covid non c’entra. Questa precisazione si rende necessaria perché – a partire dallo scorso anno – si sono conteggiate tra le morti sul lavoro anche quelle dovute a Covid contratto in azienda.

Nei primi tre mesi dell’anno i morti sono 185, vale a dire due morti al giorno. E dopo ogni morte il ritornello è sempre lo stesso: serve maggior prevenzione e maggiore informazione. Certo, maggiore prevenzione e informazione possono aiutare ma non riescono ad aggredire il fenomeno. Servono, da un lato.  maggiori controlli a carico dello Stato ampliando considerevolmente il numero degli ispettori del lavoro, che oggi sono complessivamente circa 3000 su un totale di oltre tre milioni di imprese ( un ispettore ogni mille imprese!) e dall’altro  una revisione totale del sistema degli appalti, delle condizioni di lavoro e della contrattualistica del sistema di impiego, di un contrasto efficace al precariato e di una lotta contro ritmi e sfruttamento intensivo del lavoro.

Si scopre l’acqua calda dicendo che in Italia di lavoro si muore. E si muore ogni giorno cadendo da un’impalcatura, sotto una pressa o stritolata da un ingranaggio anche nel corso del 2020, anno di lockdown duro ma che comunque vedeva impegnato il 66,5 % del lavoro dipendente (fonte Istat). Tuttavia non una sola voce si è levata da Confindustria e dal suo presidente Carlo Bonomi che ha preferito polemizzare sull’entità e sulla tempistica di ristori e sostegni o sugli interventi “a pioggia” a famiglie e lavoratori cassaintegrati (mentre la pioggia andava bene, anzi benissimo, se bagnava le aziende!).

Insomma, se bisogna scegliere tra la borsa e la vita qualcuno preferisce tacere.


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