Elezioni e disaffezione - Isonzo-Soča

Editoriale

Published on Ottobre 6th, 2021 |   Agostino Colla

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Elezioni e disaffezione

Le operazioni di pulizia e allestimento seggi in una scuola di Napoli dove si vota per le elezioni comunali, Torino, 2 ottobre 2021. ANSA / CIRO FUSCO

Dario Ledri

Al di là del risultato di questa tornata elettorale che premia il centrosinistra con le nette vittorie a Milano, Bologna e Napoli, e in attesa dell’esito del secondo turno a Torino e Roma, quello che emerge dal commento di tutti i media è l’inusitato tasso di astensionismo per delle elezioni “di prossimità” come sono quelle per la scelta del sindaco di città grandi e piccole.

La partecipazione è stata inferiore al 55% e nelle grandi città addirittura inferiore al 50% ad eccezione di Bologna. La responsabilità viene comunemente addossata allo scarso appeal dei candidati e alla pochezza delle  proposte politiche messe in campo dai partiti incapaci di corrispondere alle attese di un elettorato che ha sofferto moltissimo a causa della pandemia, in particolare nelle periferie.

Tuttavia qualche commentatore inizia a notare che una qualche responsabilità può essere attribuita anche alla figura e al ruolo di Mario Draghi che governa spesso a prescindere dalle richieste dei partiti che lo sostengono e che è stato presentato fin da subito come il salvatore della patria da tutto il mondo dell’informazione.

Ecco, l’aver presentato l’avvento di Draghi come scelta salvifica rispetto alle titubanze dei partiti, alle loro contraddizioni, alle loro diverse sensibilità – proprio perché diversi risultano essere gli interessi rappresentati – credo che alla lunga abbia costituito un motivo forte della disaffezione elettorale.

Tanto da costituire un rischio per il  sistema democratico che non può prescindere dalla partecipazione dei cittadini alla vita pubblica nelle forme e nei modi previsti dalla Costituzione.

La considerazione oggi più condivisa è: tanto c’è Mario Draghi! All’atto del suo insediamento al posto di Giuseppe Conte, destituito con un colpo di mano di Matteo Renzi abilmente orchestrato dietro le quinte da Confindustria e da tutta la grande stampa nazionale, Mario Draghi venne presentato all’opinione pubblica come “l’uomo della provvidenza” che da solo avrebbe traghettato il Paese verso “le magnifiche sorti e  progressive”  insite nella gran mole di finanziamenti previste dal PNRR.

Il plauso fu unanime e senza distinzioni: dalle reti tv pubbliche e private, ai grandi giornali e alle grandi firme che al’unisono esaltavano la figura dell’ex  presidente della Bce rispetto al fallimento dei partiti e più in generale della politica tout court.

I nomi e le facce sono le stesse che in questi giorni dedicati al commento di questa tornata elettorale si alternano senza tregua sugli schermi televisivi a rispondere alle domande o ai commenti della Gruber. di Floris, di Mentana, di Formigli e del decano Bruno Vespa.

I nomi? Sempre gli stessi: Alessandro Sallusti, Massimo Giannini, Maurizio Molinari, Pietro Senaldi, Lina Palmerini, e poi lo scontroso filosofo Massimo Cacciari ecc. ecc. ecc. Anche in questo caso il coro è univoco: tutti rimarcano il tracollo della partecipazione, l’incapacità dei partiti di mobilitare almeno il proprio elettorato, la lontananza dagli interessi della gente, il rischio a lungo andare della disaffezione alle modalità della democrazia.

E, di contro, l’operare indefesso di Mario Draghi ora impegnato a varare le regole per una nuova fiscalità, le modalità attuative per il PNRR, le nuove regole sulla concorrenza e gli appalti, e via dicendo.

L’uomo della provvidenza, appunto. Senza chiedersi mai quanto questa rappresentazione faccia bene alla democrazia italiana, anche in previsione dei prossimi appuntamenti elettorali.


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