Editoriale

Published on Novembre 28th, 2021 |   Agostino Colla

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La salvezza di Gorizia

deve diventare una questione regionale, nazionale ed europea.   Una città che in 50 anni   ha perso 10.000 abitanti

di Marzio Lamberti

Passato, presente, futuro  tre momenti che vogliamo legare assieme perché l’uno sono la conseguenza dell’altro e perché tutto poi si lega..

Passato

Prima guerra: l’Italia entra in guerra contro l’impero asburgico. Gorizia ne sarà l’epicentro. Attorno a lei ottocento mila morti; una città interamente distrutta. Dei trentamila abitanti,  quando gli Italiani entrano in città ne rimangono 4 mila, gli altri tutti profughi . Alla fine della guerra a Gorizia rientrano poco più di 20 mila abitanti: sparita la componente austriaca, se ne è andata parte di quella slovena e friulana.

Dopoguerra Ma nel giro di un ventennio la città cresce fino a 45 mila abitanti metà dei quali provenienti da tante regioni in specie dal sud. La città è diventata un’altra cosa: metamorfosi etnica è stata chiamata.  La città è un cantiere per rimettere in piedi l’80% delle case distrutte La città accoglie migliaia di meridionali e di veneti nella pubblica amministrazione e nelle attività commercial. 

Ruolo  La città diventa sia baluardo e monito contro gli slavi (vedi le forme del sacrario di Oslavia, una fortezza rivolta a est) sia la base di lancio per la conquista dei Balcani. Gorizia si riempie di diverse migliaia di miliari . Supera i 45  mila abitanti,. Ha trovato il suo ruolo e funzione 

Seconda  guerra: l’Italia entra in guerra contro la Francia e l’Inghilterra. Gorizia diventa la retrovia dell’attacco alla Yugoslavia del 6 aprile 1941 . Già nel 1942 si formano i primi gruppi partigiani  nella sua periferia operaia e slovena che daranno vita alla prima battaglia partigiana poco dopo l’otto settembre 1943,  ma è anche  una città che applaude l’arrivo delle truppe tedesche dopo l’8 settembre. La città paga un prezzo altissimo: la distruzione dell’intera comunità ebraica, le centinaia e centinaia di partigiani caduti (nelle frazioni slovene i caduti sono quasi il 10% della popolazione) , le deportazioni nei lagher e nei  campi di sterminio in Germania e  alla Risiera, i bombardamenti degli alleati, la presenza di truppe straniere, le bande fasciste. E poi da ultimo, tra vendetta, giustizia sommaria e pulizia etnica, le deportazioni in Yugoslavia.   Il 25 aprile l’insurrezione partigiana e l’8 maggio la fine di una guerra che ha prodotto nel nostro paese quasi mezzo milione di morti, le città distrutte, la fame, l’occupazione militare e -infine- al confine orientale la questione dell’appartenenza statuale di queste terre.

Dopoguerra Su tutto l’incombente minaccia della guerra fredda e della divisione del mondo tra il bene e il male. Gorizia è al centro di tutto questo, una delle principali vittime dell’avventura fascista. Perde la sua provincia che era la sua ragion d’essere, per la prima volta ha a che fare con un confine che passa tra le sue case e  che interrompe legami, amicizie, parentele, rapporti, interessi, commerci. La tragedia delle deportazioni segna tutti e produce un clima di odi e sospetti reciproci che percorre la città fino ai nostri giorni  . E poi la perdita della periferia slovena con i nuovi confini e l’arrivo di qualche migliaio di esuli che crea ulteriori tensioni. Muro contro muro. Una spaccatura che passa attraverso tutto, all’interno delle famiglie, tra italiani e sloveni, tra i partiti, tra i sindacati, tra periferie e centro, nella vita di tutto e di tutti. E ciascuna parte –ancora oggi- ricorda separatamente i propri morti, elabora la propria memoria, crea i propri monumenti: in periferia quelli ai partigiani, nel cuore della città quello ai deportati in Yugoslavia. Davanti alla stazione quello ai deportati nei campi nazisti. Morti divisi, come i vivi. I comunisti relegati nella periferia , la presenza abnorme dei fascisti  cui non par vero di ergersi a difensori della città, dimenticando in fretta le responsabilità del fascismo nell’aggressione alla Yugoslavia, nella politica razzista anti slava, nella collaborazione con i nazisti nei rastrellamenti e nelle deportazioni. E in mezzo onnipresente  e onnipotente la Democrazia cristiana.

Ruolo A partire dagli anni sessanta  la lenta ripresa grazie alla Zona Franca e  alle nuove opportunità dovute alla frontiera con lo sviluppo dell’autotrasporto e dell’economia di confine. Diventa la città vetrina dell’occidente. E il lento ritorno alla normalità nei rapporti dentro la città e nei confronti di Nova Gorica. Ci sono dei meriti che non vanno dimenticati. Innanzitutto una coraggiosa parte della Democrazia  Cristiana con i nuovi rapporti di frontiera che instaura, con gli incontri Mitteleuropei che ispira, con tanti esponenti che lavorano per  superare la cortina di ferro. Ma dobbiamo anche ricordare la presenza del Partito Comunista che è riuscito pur nella bufera della guerra fredda a mantenere e rafforzare i legami politici ma anche affettivi e familiari tra operai italiani e sloveni di qua e di là del confine in nome di un internazionalismo proletario mai morto e grazie alla rete di rapporti familiari e amicali  che costituivano il tessuto di quel partito trade union ,  per la sua composizione etnica e sociale, tra sloveni, friulani e italiani.

Presente

La città così è cresciuta fino agli anni ’80.  Divenuta una questione politica nazionale ha avuto con la Zona Franca la possibilità di sviluppare una consistenza base industriale che unitamente all’economia di confine, l’autotrasporto in particolare, e la funzione di sentinella, i militari,  ha consolidato uno sviluppo dovuto al ruolo politico/ militare/ strategico assegnatale. Il Piano regolare ipotizzava un città di 80 mila abitanti. Ma poi con gli anni novanta l’entrata in una nuova fase dell’Europa ha determinato  l’esaurimento degli incentivi  della Zona Franca, la perdita del ruolo di città vetrina , Dal 1947 al 1989, finché è esistita una questione del “confine orientale” nella politica nazionale, Gorizia è stata al centro degli interessi del Governo italiano, così come specularmente Nova Gorica era al centro degli interessi dell’allora Jugoslavia.

Scomparso il “confine orientale” come questione politica nazionale, è venuto meno l’interesse per quest’area. Nel corso degli anni novanta sono scomparse le fabbriche. E’ scomparsa la zona franca: E’ scomparso il confine con gli autotrasportatori e gli spedizionieri. Sono scomparsi i militari. Tutti i poli di sviluppo sono scomparsi. Solo i nuovi insediamenti universitari hanno, ma solo parzialmente, creato vitalità.   . In questi ultimi decenni Gorizia ha perso  dodicimila abitanti (da 44 mila dei primi anni ’70 agli attuali 32 mila) cui vanno aggiunti  2/3 mila stranieri. Oggi Gorizia conta circa 34 mila abitanti. Quasi come dall’inizio di tutto ciò nel 1914 quando contava 30 mila abitanti.

Futuro

Gorizia diventa da città di confine a città baricentrica  26 giugno  1991, la Slovenia diventa indipendente, 1 maggio 2004   entra  nell’Unione europea. 20 dicembre 2007 entra nell’area Shenghen. Il vecchio mondo non c’è più . Guerra fredda, odi, confini…. non ci sono più. Nasce una nuova speranza per la città . Non più città lungo un confine ma città baricentro tra l’est e l’ovest e tra il sud (i porti) e il nord . Sembra il sorgere di una nova era

Da qui bisogna ripartite. Un secolo è passato. Un secolo terribile che ha più volte bastonato duramente la città. Il popolo goriziano, nella sua interezza, è stato vittima di due guerre mondiali e della guerra fredda . Ed ha avuto bisogno di  un secolo per rimarginare almeno in parte le sue ferite. Ma dopo un secolo, oggi, siano di nuovo nella situazione di dover cercare un ruolo,  una funzione, un futuro in grado di mutare direzione al declino della città. 

A pochi mesi  dalle elezioni amministrative (2022) e a  un anno e mezzo  da quelle politiche e regionali (2023), sempre più incerta e indefinita appare la sorte di  Gorizia, completamente assente in regione  e fortemente a rischio di scomparire nell’area giuliana. Anche perché nonostante l’introduzione degli Enti di decentramento  a dimensione provinciale, il recupero della provincia e del ruolo di Gorizia capoluogo sembra avvolto nella nebbia.    Non c’è nessun consigliere regionale che rappresenti  il Goriziano. Il deputato appare lontano. La città si trova di fatto  sola e non rappresentata seriamente da nessuna parte.

In questi tre anni Lega e Forza Italia e quindi la Giunta regionale  hanno portato avanti l’accorpamento di  tutto l’isontino nell’area vasta triestina (Azienda Sanitaria e Camera di Commercio e non solo). per creare una regione a tre punte: Trieste, Udine e Pordenone. E se non si è dato corso al progetto di divisione della regione in tre aree, se tutto questo non è andato finora in porto  è merito del PD provinciale  che ha raccolto in un sol giorno ben 1300 firme contro il progetto.

E allora cosa fare? Occorre un progetto di rinascita, un piano marschall, che solo le forze congiunte della regione e dello stato possono mettere in cantiere. Unitamente a centri di interesse privati. Obiettivo  più fattibile in presenza delle risorse del Ricovery Found . 

Si tratta di individuare una via di sviluppo non provvedimenti di “ordinaria manutenzione.  Gorizia da sola non riesce a produrre spinte  concrete, programmi realizzabili, risorse in campo, classe dirigente. Gorizia vive una fase di lunga decadenza.   Perciò non basta qualche intervento pur necessario in grado di tamponare qualche buco. Occorre ben altro. Gorizia è in grado  di convincere l’Istituzione Regione, le Università, il Governo, le altre istituzioni regionali, le associazioni economiche  che lo sviluppo e la crescita del Friuli VG deve fondarsi  sulla solidarietà di tutto il territorio per favorire le zone più  a rischio  arretramento?  Gorizia è in grado di chiedere alla Regione l’assunzione come obiettivo regionale, nazionale ed europeo del consolidamento   di Gorizia  e delle sue possibilità di sviluppo?    .  Obiettivo oggi più possibile anche perchè c’è una occasione imperdibile e unica e riguarda l’utilizzo delle enormi  risorse del Ricovery Found che arriveranno anche nella regione e da quelle che  arriveranno per la Città europea della cultura. 

Ma serve una governance che sia a livello di questi problemi. Che siano capaci di mettere in moto il progetto e  l’intervento, di mettere in moto le istituzioni sia pubbliche che private  per rispondere alla domanda: a cosa serve, a cosa può servire la città  per la regione e il paese? E per l’Europa? Che ruolo la Regione e lo Stato possono dare a  Gorizia? Si tratta di metter insieme tutte le energie per  individuare una strategia di sviluppo. Gorizia da sola con la sua struttura  impiegatizia e piccolo commerciale non è in grado di progettare il proprio futuro.

Finora il centro destra   non si è posto questi problemi. Ha galleggiato tra Trieste e Monfalcone. Non ha avuto , non ha, la forza e le idee per individuare il ruolo  della città. Ha però svolto  la sua funzione: quella di assicurare un  tranquillo tran tran alla città. All’insegna del sereni orizzonti.

Nel frattempo la città si scioglie .Ogni anno centinaia di abitanti in meno, Crollo demografico come in tante parti d’Italia ma non compensato da un saldo migratorio positivo come Monfalcone. Anzi Il saldo migratorio ormai da alcuni anni è negativo e si somma a quello demografico. 50 anni fa tra Gorizia e Monfalcone c’erano 20 mila abitanti di differenza. Oggi solo 5 mila. E fra poco il sorpasso.


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