Editoriale

Published on Febbraio 28th, 2022 |   Agostino Colla

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No sta andar in Cocevia

di Diego Kuzmin

no sta andar in Cocevia, che se te va dentro no te torni più fora!

Così ricordava Quirino Principe (musicologo, Gorizia 1935), in una intervista molto bella su Isonzo-Soča n.50, alla quale si rimanda

https://www.isonzo-soca.it/allegati/4/allegati4148.pdf

ricordava la magica atmosfera di una sera d’estate in via Rastello nel 2001: “bisogna vedere via Rastello di notte, perchè la pendenza, la leggera curvatura, tutte queste cose hanno un senso di notte. Ad un certo punto siamo arrivati all’imbocco di Cocevia e allora ho ricordato… ho ricordato mia nonna, mi sono rivisto bambino, vestito per bene, tutto infiocchettato”.

Era attorno il 1945 quando la nonna gli diceva di starsene alla larga da quella stradina, dove c’erano “bambini sporchi, cecnciosi, col moccio, che mi facevano paura e mi umiliavano”…

La Cocevia nasce con via Rastello, il primo nucleo edificato fuori dalla cinta castellana, alla biforcazione che portava al ponte del Torrione. Via Rastello nasce commerciale, con negozi e portici per artigiani, la Cocevia come zona residenziale retrostante, scorciatoia per superare botteghe e carretti, un posto dove fino a pochi anni fa ci si trovava d’estate all’aperto, bambini a giocare in strada e grandi sui gradini di casa a chiacchierare.

In Cocevia c’era il primo ghetto ebraico, spostato nel 1698 perché troppo vicino alle Orsoline, nel 1772 Valerio de Valeri vi installò la tipografia che avrebbe stampato testi di Lorenzo Da Ponte, noto librettista di Mozart, e per Giacomo Casanova la “Istoria delle turbolenze della Polonia dalla morte di Elisabetta Petrowna…”.

Un luogo di storia non ignorabile nella ristrutturazione del 2010. Vi si perviene dalla via Rastello per una riva stretta umida e buia, con al centro una sorgiva in origine a cielo aperto, dove in epoca medievale, ma pure poi, si vuotava il pitale dalla finestra e bisognava camminare rasenti ai muri.

Il corso dell’antico canale, del quale si sente lo scorrere l’acqua dal vecchio chiusino in pietra conservato alla base della riva, è reso dal ciottolato posato a piatto, mentre nei pavimenti in porfido sono evidenziate le case bombardate nel 1916 e mai ricostruite.

Non sono pochi in estate i turisti che da piazza Vittoria salgono al Castello per la Cocevia, per poi scendere dall’altra parte. Le alte muraglie si aprono d’improvviso su uno slargo con a terra l’intarsio del giuoco della pea, memoria dei bimbi di una volta e temporaneo trastullo per i grandi, che per un po’ ridiventano bambini.

La pea ha origini antichissime, senz’altro prima dell’antica Roma e si gioca in tutto il mondo. Il nome più noto in Italia è ‘campana’, che a Trieste diventa ‘porton’ e a Gorizia ‘settimana’ quando ha sette caselle. Il numero infatti varia a seconda delle usanze, possono anche esser decine ma sempre bisogna gettare il sasso piatto (pea) sulla casella e poi saltellare su un piede solo, andata e ritorno, per conquistare la casella che i rivali dovranno saltare.


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