Editoriale

Published on Marzo 9th, 2022 |   Agostino Colla

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Ospedali, verde, salute

di Sonia Kucler

Parco Basaglia: l’area del giardino storico di inizi ‘900

E’ un periodo fortunato per chi scrive di piante. Libri, saggi e interviste vanno a ruba. I media danno spazio al tema perché gli alberi fanno tendenza, moda, sono anche denaro.  Il verde infatti muove un vasto mercato di prodotti e scambi a livello planetario con un indotto piuttosto lucrativo. Da solo “il florovivaismo in Italia vale oltre 2,5 miliardi di euro” (fonte MIPAAF). Se i dati riportati nei media ricercano l’effetto e non sempre trovano conferme alla fonte, a livello sia intuitivo che scientifico si è capito da un pezzo che il verde è un bene prezioso, soprattutto in ambito urbano, sia per le sue implicazioni ambientali e sanitarie (l’ossigeno che produce ed i benefici alla qualità dei centri abitati e alla salute degli abitanti) sia per quelle estetiche (le piante sono belle e migliorano il paesaggio) sia per quelle economiche. Dentro questo capitolo ci stanno anche le piantine e gli alberi che finiscono nei giardini e nelle aiole pubbliche oltre che nelle nostre case, ma anche negli ospedali. Scaturiscono inevitabili i problemi: per primo il peso della gestione del verde sulle amministrazioni locali dove spesso scarseggiano uomini e risorse per far fronte alla manutenzione ordinaria e straordinaria. Non vanno poi sottovalutate le reazioni dei cittadini nell’assistere impotenti a capitozzature, infelici recuperi di giardini storici o realizzazioni di nuove aree verdi che suscitano perplessità a livello estetico, botanico e funzionale. Ma gli alberi non solo solo “un accessorio”, il riempitivo di un luogo costruito, ma materia vivente con specifiche esigenze, qualità ed effetti sull’ambiente nel lungo periodo, legate alla scelta di specie adatte al clima ed alla flora locale. Non dimentichiamo poi che a monte ci sono dei committenti, che dovrebbero dare le giuste linee di indirizzo ai progettisti.

“Cattinara Rendering 2” : Il nuovo Burlo come prospettato dal progetto definitivo 2021

Pensiamo in particolare al settore del verde sanitario di cui si parla pochissimo, dove la forma è anche sostanza, terapia, metafora di guarigione. C’è infatti qualcosa che non torna in quello che si vede in questi anni negli ospedali della nostra regione riguardo la cura del verde, quell’area che accoglie chi entra nell’ospedale, dove sofferenza e dolore sono di casa, con la funzione di mettere a proprio agio operatori, degenti e visitatori. Affidiamo al verde un’azione di fascia tampone, quasi un escamotage consolatorio, pratica che affonda le proprie radici nella storia dell’architettura ospedaliera, quando la costruzione di un nuovo ospedale o il restauro di uno esistente – tra fine‘800 e metà ‘900 in Europa e in Italia – andava di pari passo con l’accurata progettazione e realizzazione delle aree verdi che dovevano circondarlo, proteggerlo, abbellirlo per dare sfogo e consolazione ai malati. Ingressi con aiole variopinte, vasti giardini con piante esotiche e alberi di alto fusto orientati sia al gusto del giardino all’italiana sia a quello cosiddetto all’inglese. Da almeno due decenni le aziende sanitarie della nostra regione hanno trascurato questo tipo di visione e lo dimostrano i tagli frequenti di alberi e l’eliminazione di interi settori di verde, giustificati da ampliamenti di edifici, che vediamo accadere a Trieste, a Udine e in altre città della nostra regione, come nel resto della penisola. Molti giardini storici che circondavano gli ospedali sono andati nel tempo deteriorandosi per vecchiaia delle specie di pregio ma soprattutto per una manutenzione superficiale e carente. Per quale motivo questo obiettivo è stato abbandonato? Si dice da quando la Sanità è passata a sistema aziendale, non rientrando più la progettazione organica, la cura e la manutenzione diretta del verde, sia interno che esterno delle strutture, nelle priorità del servizio di cui gli ospedali si facevano un tempo carico, direttamente e con proprio personale qualificato.

“Burlo_trieste” . : La struttura attuale del Burlo in via dell’Istria a Trieste

E’ evidente che rispetto al passato sono intervenute modificazioni rilevanti in ambito tecnologico ed a molti la sopravvivenza delle aree verdi dei vecchi ospedali organizzati a padiglioni, paiono anacronistiche rispetto ai più recenti criteri della ospedalizzazione con strutture monoblocco che hanno il vantaggio di essere meno dispersive e più funzionali, riuscendo a contenere tutto nello stesso edificio, ma sono spersonalizzanti. Un ospedale è innegabilmente un universo estremamente complesso da programmare, progettare e gestire ma è altrettanto innegabile che ha un impatto maggiore di un tempo sull’ambiente che lo circonda. Per capire che proporzioni abbia il problema è illuminante lo studio del 2011 di Annalisa Venturi Casadei – tecnico ambientale presso l’AUSL di Cesena – che ha approfondito la questione dell’ecosostenibilità nel comparto sanitario. Esaminando i dati relativi all’impronta ecologica del Lions Gate Hospital, ospedale canadese con una media di 591 pazienti al giorno e in cui non è presente una politica ambientale formale, è emerso che la sua impronta ecologica, ovvero la porzione di terreno necessaria a fornire le risorse di cui ha bisogno e quella necessaria ad accogliere i suoi scarti, è di circa 719 volte più grande rispetto alla sua attuale grandezza di 3,95 ettari. Per fare una stima dell’impronta ecologica sono stati esaminati i dati relativi al consumo dell’energia, ai beni acquistati (carta, plastica, lattice, metalli, vetro, cotone, nonché il calcolo della terra agricola necessaria alla loro produzione), ai materiali utilizzati per la costruzione dell’edificio (compresa la CO2 prodotta per fabbricare i materiali da costruzione), all’energia e alla CO2 prodotta dall’incenerimento dei rifiuti infettivi. Ma molti altri sarebbero gli aspetti da prendere in considerazione nel sondare questo importante settore della storia ambientale che ha ancora poca letteratura. Infatti perché l’ospedale sia sostenibile deve esserlo l’edificio. La sanità italiana purtroppo sconta il prezzo di edifici troppo vecchi ed obsoleti, in cui i margini per interventi di bioedilizia sono pochi ed estremamente onerosi. Si aggiunga che la durata media di un ospedale è scesa dai 100 ai 50/60 anni. Opportuno destinare quindi le strutture datate ad altro impiego e impegnarsi nella costruzione di ospedali che fin dal progetto tengano conto dei requisiti di bioedilizia e compatibilità ambientale? Ancora una volta è la politica a dover guidare le scelte. In realtà non mancano le trasformazione d’uso riuscite di ex ospedali, come il parco dell’ex OPP di Trieste che probabilmente sarà imitato dal parco Basaglia di Gorizia dove si intende realizzare un “progetto di rigenerazione urbana in chiave storico culturale”, in base ad un protocollo di intesa siglato nel 2017 tra i suoi numerosi proprietari (Regione FVG, ERPAC, ASUGI e Comune di Gorizia) ed il cui Master Plan è di recente divenuto accessibile ai cittadini sul sito comunale.

“Basaglia-Gorizia” : Verde storico nel parco Basaglia. Il secolare cedro dell’Atlante lungo il viale degli ippocastani

Tornando agli ospedali di nuovissima concezione e con basso footprint gli esempi nel mondo sono numerosi – tra questi il Dell Children’s Medical Center ad  Austin in Texas – ed anche se nessun ospedale italiano si trova tra i migliori trenta al mondo circa ecosostenibilità, la dottoressa Casadei ci segnala il pediatrico Meyer di Firenze, che ha introdotto interessanti innovazioni tetti ventilati, infissi con ombreggiamento, una naturale ventilazione notturna in estate, impiantistica tecnologicamente avanzata per il risparmio energetico, zone del giardino con certificazione Bio-Habitat che attesta la gestione degli spazi verdi secondo principi biologici. Gli interventi previsti all’epoca del suo sondaggio prevedevano un risparmio di circa il 50% di energia per il riscaldamento, il 75% per il raffreddamento, circa 80% per i consumi elettrici; l’extracosto era di circa il 40% rispetto ad un ospedale concepito in maniera tradizionale.

(Box) In FVG ci sono iniziative orientate in modo sostenibile? Al “Burlo Garofolo” di Trieste, sede storica di via dell’Istria, è partito questo gennaio “un progetto pubblico/privato che consentirà di ridurre del 9,5% il consumo di energia primaria, con un risparmio di 151 Tep (tonnellate equivalenti di petrolio) l’anno risparmiati e 331 tonnellate/anno di CO2 di minori emissioni in atmosfera. In particolare, esso prevede l’introduzione di un impianto trigenerativo, capace di produrre contemporaneamente energia elettrica, acqua calda e acqua refrigerata, tecnologia a led per l’illuminazione, interventi di termoregolazione diffusa e impianto fotovoltaico” (da: Irccs Burlo Garofolo tra efficienza e sostenibilità – Tecnica Ospedaliera ). Ma queste innegabili migliorie sembrano contraddire, almeno come fonte di spesa, il progetto di “Riqualificazione dell’Ospedale di Cattinara e realizzazione della nuova sede dell’I.R.C.C.S. Burlo Garofolo» partito anni fa, arrivato al definitivo nel 2014 e poi all’esecutivo della ditta Rizzani de Eccher nel 2021. Quindi si farà il nuovo “Burlo”, che verrà dislocato a Cattinara, dove per far posto al parcheggio interrato verrà abbattuta una pineta di 440 alberi, classificata bosco, più altri 79 dell’attiguo parcheggio dipendenti, sostituita da un verde “compensativo” nel soprassuolo del parcheggio che non, ribadisce il Comitato spontaneo per la pineta di Cattinara, potrà sostituire la perdita dell’ecosistema boschivo preesistente, sostenendo che la regione FVG concepisce progetti inadeguati e tardivi in campo edilizio ospedaliero. E’ inoltre complesso verificare tra le carte di progetto – il definitivo attuale non è ancora accessibile ai cittadini – quale sarà la sostenibilità complessiva dell’intero lotto, perché le revisioni operate dal committente ASUGI sono molte, le variabili geologiche-ambientali-climatiche altrettante. Pare una partita aperta anche se sono già iniziati i lavori per il parcheggio di sudovest. Caso emblematico della difficoltà di comunicazione tra poteri locali e istanze della cittadinanza riguardo i progetti e la manutenzione dei beni pubblici. Dover fare i conti con i comitati non è forse peggio del trovare vie di dialogo preventive ed efficaci?

Ospedali sostenibili in Italia. Nonostante la debacle del Covid-19, in Lombardia si macinano progetti di eccellenza nel campo della sanità ecosostenibile come la futura Città della Salute e della Ricerca che sorgerà nelle aree ex Falck di Sesto San Giovanni a Milano e si baserà su una “concezione del verde come metafora della guarigione”: quattrocentomila metri quadrati di verde, su cui insisteranno 10.000 alberi e un orto-frutteto. La struttura sarà completata nel 2025, costruita interamente secondo criteri di risparmio energetico, avrà tetti a verde o a pannelli solari e la Certificazione Leed per il risparmio energetico. Il progetto è di Renzo Piano che ha alle spalle una committenza ben orientata da tempo su scelte sostenibili, visto che fu proprio l’ex ministro alla Sanità, Umberto Veronesi, a stimolare studi su nuovi modelli ospedalieri. Piano, sostenuto da altre archistar, va dicendo da anni che “non bastano più una serie di fredde nozioni funzionali, dimensionali ed ingegneristiche per progettare un buon ospedale: è necessario un approccio umanistico. I tempi sono cambiati: bisogna riflettere sullo stato d’animo di chi subisce direttamente o indirettamente un ricovero e cercare, con la concezione dell’edificio, di rendere questo momento meno traumatico possibile. L’ospedale non deve essere quindi un edificio isolato ed avulso dal tessuto urbano in cui si colloca, ma esserne parte integrante e comunicare con esso. Inoltre, la flessibilità deve essere alla base della concezione architettonica, garantendo cambiamenti secondo le esigenze terapeutiche, tecnologiche, organizzative e formali.  Il modello più consono sarebbe quello che prevede vari edifici inseriti nel verde in modo che i flussi di persone verrebbero selezionati e suddivisi per usi. I limiti tra verde, edificio ospedaliero e città non devono essere rigidi come in passato e nella progettazione e realizzazione devono confluire sicuramente efficienza e sostenibilità  perché il verde, oltre a svolgere la funzione di barriera acustica, assorbe lo smog, crea un microclima ed abbassa le temperature estive, dà pace e serenità ai degenti, aiutandoli nella terapia di riabilitazione” (da www.architetturasostenibile.it).
La convivenza millenaria tra noi e le piante, a metà strada tra realtà e immaginario, dimostra che se anche gli architetti ed i botanici nazionali più quotati ci stanno lavorando attorno con interesse e fiducia – spingendo anche verso esperimenti arditi come il verde verticale, soluzione di fascino seppur impegnativa per manutenzione e spesa – forse significa che è fondamentale porsi domande sull’eccessivo consumo di suolo e sulla salute dell’ecosistema urbano, su come trovare un compromesso di buon senso tra vecchi e nuovi modelli urbanistici e sanitari per una migliore convivenza tra la città ed i suoi abitanti, in cui le piante continueranno a recitare un ruolo irrinunciabile?

 *Alcuni esempi. L’ospedale di Udine “Santa Maria della Misericordia”, aveva un’area verde centrale dotata anche di una vasta pineta che è stata progressivamente erosa negli ultimi 20-30 anni dalla costruzione di nuovi edificati. Nell’ospedale di Cattinara, principale struttura ospedaliera di Trieste aperta dal 1984, è in progetto l’abbattimento di un’intera pineta all’interno del comprensorio sanitario per far posto al nuovo ospedale pediatrico “Burlo” ed ampliare il civile stesso.

A Gorizia, che godeva nel secolo scorso di una cittadella sanitaria dotata di un manicomio provinciale, un sanatorio e un ospedale civile in cui il verde era stato pensato in modo articolato, vario e scenografico, rimane operativo solo il “San Giovanni di Dio”, inaugurato nel 2005 sul restaurato “Fatebenefratelli”, dove al posto delle belle conifere e delle pittoresche aiole che ne aprivano l’ingresso si presenta oggi all’ospite con un parcheggio disadorno, costellato di alberelli per lo più morenti e aiole stentate. L’ex ospedale civile di via Vittorio Veneto è chiuso dal 2005 e il suo parco con specie di pregio e grandi alberature è inutilizzato e in progressivo decadimento. L’ex O.P.P., più noto come parco Basaglia, negli ultimi venti anni privo di appropriata manutenzione si è andato lentamente depauperando sia nell’area del giardino storico, per i frequenti abbattimenti degli alberi secolari, sia nella colonia agricola.


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